Transasiatica 2017

Sulla rotta di Marco Polo, fino in Cina: tappa dopo tappa, il racconto dell'avventura on the road in sella a Moto Guzzi V7 III.

22 MOTO ATTRAVERSO 6 PAESI, 3 PASSI, 2 DESERTI, 1 SOGNO

Dal 14 giugno, per 18 giorni, Riso Scotti è on the road con una spedizione di motociclisti che, partendo dall’Iran, attraversa 6 differenti Paesi per approdare in Cina.

 

Circa 4.000 km sulla mitica Via della Seta (e del Riso!), che sta portando due storici marchi italiani ad uno straordinario incontro e confronto di culture: con Riso Scotti, infatti, sono protagoniste del viaggio ben 22 Moto Guzzi V7 III Stone, per affrontare 3 passi di montagna fin oltre i 4.500 metri di altitudine, il deserto Turkmeno e la Porta dell’Inferno, l’incredibile Altopiano del Pamir lungo il confine afgano. Il tutto, passando sei frontiere: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Kirghizistan, e infine Cina, con arrivo a Kashgar.

 

Segui qui sotto, tappa dopo tappa, il racconto di viaggio, e scopri tutti i dettagli sui social

11A TAPPA – DUSHAMBE – KALAI HUMB: Curiosità, fascino e un pizzico di timore adrenalinico ci spingono a lambire il confine con l’Afghanistan

Partiamo, come sempre, di buon mattino dall’hotel di Dushambe. Ieri Fabrizio, uno dei nostri motociclisti, è rimasto indietro proprio all’ingresso della capitale, una piccola avventura personale fuori programma che si è risolta con qualche risata e i suoi racconti su come è riuscito a farsi capire in un posto in cui quasi nessuno parla inglese. Oggi ci piacerebbe visitare ancora questa strana e colorata città, ma è davvero impossibile.
 
Ci avviamo verso il confine con l’Afghanistan, a Kalai Humb per l’esattezza, territorio abbastanza caldo in tutti i sensi. Le guide si raccomandano di essere cauti con telecamere e macchine fotografiche una volta giunti lì, consigli che sicuramente seguiremo. Abbiamo un misto di (leggera) preoccupazione e grande eccitazione. L’ Afghanistan è sempre stato un territorio centrale nella lotta all’egemonia tra le grandi potenze mondiali, Russia zarista e Inghilterra coloniale prima, blocco Sovietico e Stati Uniti poi, fino alla difficile situazione attuale.
 
Con le nostre V7 III seguiamo la Highway M41, e ripiombiamo nella litania dei rettilinei che già ben conosciamo. La giornata è afosa, con una cappa di umidità grigia e pesante come un mucchio di stracci bagnati. Man mano che procediamo verso sud i posti di blocco della polizia si fanno sempre più fitti, fino a diventare estenuanti. Capita di essere fermati anche tre volte nello spazio di un chilometro. Lasciamo parlare le nostre guide del posto, in realtà la trafila è abbastanza tranquilla, condita da richieste del nome in dialetti locali, documenti, le nostre Guzzi V7 III Stone che destano sempre curiosità e domande, poi si riparte. Le guide ci spiegano che questa, che fu la Via della Seta, ora è diventata la via dell’oppio, che esce proprio dall’Afghanistan (principale produttore mondiale). Tutto intorno un paesaggio pianeggiante, arso dal sole e ricoperto di stoppie di grano, qualche mucca che attraversa la strada e un’infinità di capre arrampicate in equilibri impossibili sui terrapieni che, delimitano la strada.
 
Quando iniziamo a salire in quota (attraversando una manciata di chilometri di strada sterrata) ricomincia la giostra: curve, tornanti e saliscendi. Guidiamo felici come bambini il giorno di Natale, immersi in rocce rosso ruggine che avvolgono tutto il paesaggio, con le ruote che scorrono su un asfalto perfetto. E sì, perché stanno rifacendo il manto stradale, e in più punti troviamo gli operai al lavoro. Finché… ci dobbiamo fermare. Scavatrici e schiacciasassi hanno infatti bloccato la strada, ne avremo per almeno due ore ci dicono. Questo fastidioso contrattempo si trasforma in realtà in un bel diversivo. In quelle due ore conosciamo, nell’ordine: una coppia belga in pensione da 5 anni che da uno e mezzo sta viaggiando con un tandem, simpaticissimi. John, un canadese partito da casa tempo fa (quando gli chiediamo “quando?” risponde “non me lo ricordo più”) con una monocilindrica da enduro e arrivato fino a qui dopo aver girato tutti gli Stati Uniti, il Sudamerica e l’Europa, principalmente in fuoristrada. E Christina, giovanissima tedesca in viaggio da oltre un anno in autostop, dormendo solo in case in cui viene ospitata. Ci viene naturale farle i complimenti per il suo coraggio e lei, candidamente, ci dice che non serve coraggio. Che viaggiare così fa riscoprire la fiducia nella bontà umana. In fondo queste due ore passano in fretta e quando finalmente ci fanno passare restiamo senza fiato.
 
Sapevamo di essere a un tiro di schioppo dall’Afghanistan, 18 chilometri per l’esattezza, ma appena scolliniamo il panorama che ci si para dinanzi è di una bellezza commovente.
Una vallata infinita, rossa di fondo ma screziata di verde e giallo, striata di mille sfumature di terra e sassi bianchi e tagliata a metà da un fiume impetuoso che scorre da basso. Ecco, esattamente quel fiume è il confine, ed esattamente quelle montagne imponenti che coprono l’orizzonte sono l’Afghanistan.
 
Proseguiamo lungo la strada (è l’unica, sbagliarsi è impossibile) e ci ritroviamo a costeggiare il fiume, fino a lambirlo in passaggi strettissimi, senza asfalto né guard-rail, accerchiati da montagne di roccia compatta, potente. Il paesaggio in sé è meraviglioso, lo sarebbe ovunque, ma qui c’è il valore aggiunto della coscienza di essere davvero a poche decine di metri dall’Afghanistan. Vediamo i motorini che attraversano stradine di terra battuta srotolate lungo gli argini del fiume dall’altra parte, villaggi di bambini sorridenti che ci salutano.
 
I confini hanno un fascino perverso innegabile, ti fanno capire che trovarsi dentro o fuori, da un lato o dall’altro, in una vita piuttosto che nel suo opposto, è dovuto al fato o, più prosaicamente, al caso. Non ci si dovrebbe dimenticare mai dei propri privilegi e di chi a questi privilegi non ha accesso, ma essere proprio qui, esattamente su quella linea che traccia i destini delle persone, è una sensazione davvero forte. E intima, anche. Siamo in forte ritardo sulla tabella di marcia, la strada prosegue stupenda, vorremmo fermarci ogni cento metri a scattare foto ma davvero non si può, gli ultimi chilometri li facciamo al buio, guidando con attenzione sulle pietre e guadando due fiumi. Arrivati in albergo abbiamo appena la forza di mandare giù un boccone e crollare. Domattina punteremo la sveglia ancora più presto del solito, ci aspetta l’ascesa sul tetto del mondo. 

10A TAPPA - KHUJAND – Dushambe: Inghiottiti dall’ignoto…per raggiungere un sogno!

Nessuno ci aveva parlato del Tunnel di Anzob, detto anche Galleria della morte, quando di buon mattino lasciamo Khujand, la città dove abbiamo pernottato, la più grande città del Tajikistan dopo la sua capitale Dushambe, per raggiugnere la nostra meta di oggi a 300 km di distanza...e anche oggi facciamo poca strada! 
 
Il gruppo purtroppo si deve dividere, alcuni di noi tornano in Italia per motivi di lavoro; dopo un caloroso saluto e un arrivederci, ci mettiamo in sella senza sapere esattamente cosa ci aspetta. In effetti la prima parte del viaggio di oggi, non si discosta molto dalle strade che abbiamo attraversato fino adesso: una lunga lingua d’asfalto distesa, dritta dritta, poggiata tra campi coltivati e villaggi. Ecco, forse la prima differenza che notiamo è proprio quella del verde, più intenso, più diffuso; poi le auto, più ricche, sfarzose, molti brand europei. Evidentemente qui il tenore di vita qui deve essere più alto, magari con la solita forbice tra pochi ricchi e tanti poveri, ma in generale (probabilmente) si vive meglio.
 
Un tempo il Tajikistan era un tassello fondamentale della scacchiera del “Grande Gioco”, antesignano della guerra fredda che vide protagonisti la Russia Zarista e l’Inghilterra coloniale. Quando, negli anni ’90, l’URSS si sgretolò il Paese fu scosso da scontri e sommosse che sfociarono in una vera guerra civile, con tanto di coprifuoco a Dushambe. Ma negli ultimi quindici anni è tutto cambiato, ora il Tajikistan è una Repubblica semipresidenziale; ovunque possiamo vedere ritratta la figura del presidente Emomali Rahmon. Oggi è un paese dove il turista è decisamente ben accolto.
 
Dopo un’ottantina di chilometri circa da Khujand il paesaggio cambia bruscamente. Iniziamo a salire in quota, seguendo la linea di montagne rosse e aride, con dirupi di pietre friabili che convergono sul fiume che scorre – minuscolo – in basso.  La strada diventa stupenda, curve continue che si annodano in saliscendi meravigliosi a picco su vallate profondissime scavate nelle montagne. Siamo ancora lontani dal Pamir, ma l’antifona di questo viaggio ci è subito chiara: curve, tornanti e altitudini da mozzare il fiato, la manna per il motociclista, una vera meraviglia della natura.
 
Le montagne che ci circondano sono incredibili: brulle e rosse, venate di sfumature e segnate dai millenni; ci prendiamo il tempo di ammirare questo “sogno” facendo tante soste, che non sono più dettate dalla stanchezza ma dalla voglia di godere di ciò che ci sta intorno, della sua aria fresca, magari vicino a un venditore ambulante di frutta secca che spesso  troviamo lungo la via. Il paesaggio cambia in continuazione e improvvisamente ci sembra di essere catapultati a nostra insaputa in Svizzera: manca solo la mucca viola!
 
Attraversiamo Hissar e le catene montuose di Zerafashan/Fan e del Turkestan; i nomi sono per noi quasi impronunciabili ! Le nostre Guzzi V7III Stone finalmente incontrano un asfalto buono e degno di questo nome, il che ci consente di guidare  in tutta tranquillità fino a che non arriviamo al Tunnel di Anzob.
Ci troviamo davanti ad una sorta di antro della Terra di Mezzo; una fitta polvere fuoriesce da un “buco” stretto di cui non si vede l’interno; l’assenza totale di una qualsiasi forma di illuminazione rende il passaggio straordinariamente difficile; praticamente sono 5 km al buio completo reso ancora più fitto dalla polvere sollevata dai camion su un asfalto cosparso di buche e ostacoli.
 
Entriamo uno alla volta… è spaventoso, ma estremamente affascinante.
Ci ritroviamo tutti all’uscita, sul versante di Khojand, con la grandissima soddisfazione di aver superato indenni (noi e le nostre Guzzi) anche questa prova demoniaca….ed è la meraviglia delle meraviglie che si apre davanti a noi, una  vallata ancora più spettacolare delle precedenti. Immancabile la foto di rito!
 
Ed è l’ultimo stop prima di percorrere i 70 km che ci separano prima di raggiungere la capitale. La velocità media di crociera su queste strade non è mai superiore ai 60-70 km/h e purtroppo quando arriviamo in città è già sera. Riusciamo a malapena a respirare un po’ d’aria cittadina e vedere lo sfarzoso esterno della Opera House, il centro culturale della capitaletaijika,  passando dal Parco della Vittoria.
 
Da bravi italiani, una bella spaghettata e si va a dormire, perché domani ci aspetta l’ascesa verso i quasi 5.000 metri del Pamir

9A TAPPA - SAMARCANDA – KHUJAND: Là, nella terra di nessuno, risuonano le nostre canzoni scaccia-tempo

Stamattina ci siamo svegliati presto. Non che le altre mattine facessimo i poltroni, ma oggi è di nuovo giorno di frontiera e ormai abbiamo capito com’è l’andazzo quando si passa da un paese all’altro a queste latitudini, soprattutto se ci sono 22 moto al seguito! E’ l’alba e abbiamo un poco di tempo per dare un’ultima occhiata al Registan, il cuore della città di Samarcanda; affascinante in questo momento della giornata, quando il sole del mattino lo illumina con i primi raggi. Questo è proprio il momento di scattare una foto tutti assieme, che ci ricordi per sempre come Samarcanda sia una splendida bandierina da piantare nella Risiko delle nostre vite. E’ probabilmente la prima volta che queste mura con oltre 700 anni di storia sulle spalle, vedono davanti a loro schierati 22 bicilindrici italiani di Mandello: una bandierina anche per Moto Guzzi!
 
Siamo pronti a ripartire verso l’unico punto di frontiera aperto a Oybek per poter entrare in Taijikistan.
Com’è la strada per arrivarci? La verità? Dritta, trafficata e piena di buche. Insomma, la nemesi di qualsiasi motociclista. Ma c’è un giorno giusto per ogni cosa, e questo non è certo quello della goduria in sella! A tutti piace guidare la moto, ma nessuno è un fanatico della curva, per fortuna! Quello che qui la fa da padrone è lo spirito di appartenenza a un gruppo, la voglia di stare insieme vivendo a piene mani quest’avventura epica con tutto quello che la compone, compresa una strada che mette a dura prova la resistenza fisica e che spinge oltre il limite delle proprie energie, anche mentali.
 
Lasciarsi alle spalle Samarcanda non è facilissimo; è una città che magicamente ci cattura, avremmo voglia di viverla ancora un po’, ma dobbiamo rispettare la nostra tabella di marcia. Ci rimarrà certo un po’ di nostalgia.
La polvere dell’asfalto si deposita sul nostro equipaggiamento, aggiungendosi agli strati precedenti di sabbia desertica, ma poco importa: ormai abbiamo imparato ad apprezzare giacche, pantaloni e tutto l’abbigliamento Dainese che indossiamo ogni giorno come un’armatura. Ci protegge, resiste a qualsiasi sollecitazione e alla sera basta scuoterlo un po’ ed è come nuovo!
 
Abbiamo già viaggiato con le nostre Moto Guzzi V7 III Stone per circa un centinaio dei 170 chilometri che dobbiamo percorre oggi per arrivare a Khujand, nel territorio taijiko. Facciamo pausa in un ristorantino lungo la strada dove ci servono il “plov”, piatto nazionale, una carne d’agnello e verdure annegate nell’olio; ottimi spiedini; il “non” di Samarcanda, tipico pane a forma di ciambella ma senza buco; il tutto accompagnato dalla tradizionale insalata con pomodoro, cetriolo, l’immancabile cipolla e coriandolo fresco. La cucina è meravigliosa, con i grandi wok murati sopra allo spazio in cui accendere il fuoco e la cuoca è bravissima! Il relax del pranzo fa si che qualcuno “chiuda un occhio” ancor prima dell’arrivo del cocomero, immancabile anche quello: come ci spiega la guida siamo nella piena stagione della frutta e qui si usa servirla sempre, mentre non sono previsti dolci, che si offrono solo nella stagione fredda.
 
Nessuno è particolarmente ansioso di rimettersi in sella per due motivi: sa che dovrà affrontare una frontiera, fuori ci sono oltre 40 gradi! Qualcuno incomincia a guardare con desiderio i comodi sedili del pullman con l’aria condizionata…
La frontiera del Taijikistan, as usual, è uno stillicidio di carte da compilare, passaporti da mostrare e bagagli da spostare a mano da un punto all’altro; sotto un calore così infernale che l’asfalto si appiccica alle gomme delle nostre Guzzi V7III Stone … ma almeno il personale è gentile e disponibile tanto da unirsi al nostro coro di canzoni “scaccia-tempo”. Si, perché quando finalmente mettiamo piede in terra taijika sono quasi le otto di sera, e anche stavolta le nostre buone 5 ore le abbiamo passate nella terra di nessuno alla frontiera!
Mentre aspettiamo che tutti passino l’agognato cancello abbiamo il tempo per conoscere qualche personaggio decisamente bizzarro, vedere qualche mucca transitare in scene bucoliche perse nel beato nulla e di conoscere le nostre nuove guide.
Ci siamo tutti, go! Il nostro passaggio lungo queste strade è come una festa viaggiante: la gente ci saluta con calore al passaggio, lungo le strade ci sono tantissimi bambini che ci propongono frutta, che ci chiedono di rallentare per battere il cinque. Moltissimi ci chiedono foto insieme, vogliono sapere il perché di questa carovana che di certo si fa notare, si informano su chi siamo, da dove arriviamo e dove andiamo
Con noi sempre il mitico Casimiro, l’angelo custode del parco moto, molto orgoglioso della prestazione dei suoi gioielli; ci rassicura continuamente: "Ottima meccanica, nessun problema strutturale, nonostante le strade imprimano forti sollecitazioni. Non abbiamo nemmeno dovuto sostituire i filtri dell’aria, che hanno retto benissimo alla sabbia, nessun accumulo".
 

È quasi il tramonto, l’aria si tinge di sfumature rossastre, quando 22 bikers impolverati e stanchi giungono finalmente alla meta. Andrea, il nostro team leader, si merita un encomio speciale questa sera: una volta arrivato in albergo, invece di svenire in camera come la maggior parte di noi, prende sotto braccio 2 chili e mezzo di spaghetti (sì, non riso!), pomodoro, olio extravergine portato dall’Italia e si avvia verso il ristorante in cui abbiamo prenotato. In piena iconografia italiana, ceniamo con spaghetti alla pummarola e olio extravergine di quello buono, che fa pensare a casa! E domani ci avvieremo verso un sogno: l’altopiano del Pamir…  

8A TAPPA - YA NGIKAZGAN – SAMARCANDA: Samarcanda, città magica, emozioni uniche dalla gioia dei bimbi!

L'Uzbekistan è una terra di incomparabile fascino e bellezza. I suoi deserti sono stati attraversati per secoli da tribù nomadi e briganti, mercanti ed eserciti: prima lungo la via della Seta che collegava l’impero romano a quello cinese, poi in quella distesa disabitata tra il mondo russo e la Persia dove c’è una fiera metropoli millenaria che sprigiona la forza mitica di Atlantide: Samarcanda. 

 
Ieri, insieme alle nostre Moto Guzzi V7 III Stone, abbiamo percorso queste stesse strade, alcune molto panoramiche, che uniscono l'altopiano di Nurata (nella regione di Navoy) al miraggio di Samarcanda. Sembrava di essere in quel gioco "unisci i puntini", ma di un disegno semplicissimo! Rettilinei di decine di km adagiati su steppa e deserti, uniti da poche intersezioni ad angolo. In momenti così ti rendi conto di quanto aggiunga al valore del viaggio il fatto di poterlo fare in moto: puoi goderti il paesaggio, viverlo in un’unione quasi simbiotica!
 
Samarcanda ti toglie il fiato…per cos’è, per cosa rappresenta, per le tante vicende che qui si incrociano. L’atmosfera da ultima frontiera, da passaggio dal noto all’ignoto, è più forte che mai. La storia qui è ovunque, nella sua straripante bellezza. Difficile non avere un sussulto davanti al Registan, l’antico centro della città circondato da scuole coraniche, con quelle cupole azzurre e le piastrelle smaltate diventate da sole icona della Via della Seta. E’ un complesso incredibilmente imponente; è stato l'antesignano (in una parabola che immaginiamo impietosamente discendente) dei centri commerciali, costruito nel medioevo con uno sfarzo ineguagliabile: ancora oggi incornicia una piazza immensa, che nel 1400 era del tutto occupata dal bazar. I tre edifici che compongono il complesso monumentale sono altrettante medressa, le più antiche che esistano, simbolo di Samarcanda e dell'Asia centrale in generale; quelle precedenti furono distrutte dalla furia dei mongoli.
 
Lo stesso stupore coglie davanti al viale dei mausolei Shah-i-Zinda, alla Moschea di Bibi-Khanym del XV secolo e al mercato Siab, al Mausoleo di Gur-e-Amir (in tajik: tomba dell’emiro), dove Tamerlano si diede una dimora eterna degna del suo impero, all’osservatorio Ulugbek del 1420, dove si possono ammirare i resti di un grande astrolabio per l’osservazione della posizione delle stelle.
Siamo come sopraffatti da questo susseguirsi incalzante di emozioni, ma la giornata non è finita, e anzi ci riserva nel pomeriggio l’emozione più grande. Lo sappiamo, la attendiamo da giorni, ed ora eccoci: alla Casa Accoglienza Mehribonlik, gestita da una persona meravigliosa, amorevole e attenta, Ms.Mavjuda Farkhadovna Farkhrutdinova. Un nome difficile per una signora invece semplice, solare, con un cuore grande.
 
Con lei ci sono tanti bambini, di tutte le età, accolti da questa Casa, riconosciuta dal Mistero dell’Istruzione uzbeko, che ha avviato un programma di rafforzamento familiare per oltre 150 bambini e ragazzi, scongiurandone i rischi di abbandono e sfruttamento. Sì, perché purtroppo la scuola, l’istruzione e la stessa sussistenza non sono scontate qui; le condizioni economiche e sociali critiche fanno sì che l’abbandono dei bambini sia una delle piaghe peggiori, e molti orfanotrofi rischiano di sopravvivere solo grazie a donazioni. La nostra vicinanza a questa realtà è una goccia, è poca cosa, ma ci fa sentire bene vedere quei sorrisi, quell’aspettativa dipinta sui volti… la stanchezza cumulata nei giorni evapora all’istante!
 
I bambini all'inizio erano timidi, quasi spaventati da questi astronauti vestiti di nero su moto tutte uguali. A pensarci bene forse chiunque si spaventerebbe un po’ a veder arrivare 22 cavalieri oscuri. Poi però abbiamo parcheggiato e un bimbetto, avrà avuto massimo 4 anni, si è avvicinato a una delle moto; l'insegnante gli ha detto qualcosa e l'ha messo sulla sella, seduto davanti. Appena ha toccato il clacson si è scatenato un putiferio di grida e braccia alzate: tutti volevano salire in moto! E così, mentre si iniziavano a scaricare i regali dal pullman, si dava il via a una sorta di giostra fatta di rombi a 2 cilindri delle Moto Guzzi V7 III Stone, di clacson e di risate. Essere bambini deve poter essere una gioia in tutto il mondo!
 
La direttrice dell'istituto ha voluto ringraziare, quasi in forma privata, con una delicatezza infinita che deve contraddistinguere il suo gran lavoro quotidiano. Ha anche sottolineato quanto sia importante la comunicazione, quanto sia importante un viaggio come il nostro ben raccontato: “altri italiani vorranno venire in Uzbekistan – ci ha detto con un tono di speranza - il turismo sta diventando il volano dell'economia del Paese, dalla quale dipendono anche realtà come questa dell'orfanotrofio”. Quindi, forza: noi siamo qui, raggiungeteci in tanti!
 

7A TAPPA - BUKHARA – YANGIKAZGAN: E dopo tanta strada, il calore di casa nelle Yurte della steppa

Bukhara è a dir poco stupenda. Alloggiamo a due passi in senso letterale perchè dobbiamo solo attraversare la strada dal Lyabi-Hauz, la piazza costruita nel 1620 attorno a una vasca d’acqua. Fino a circa un secolo fa, l’acqua di Bukhara era garantita da una rete di canali e da circa 200 di queste vasche di pietra dove la gente si radunava a chiacchierare, bere e lavarsi. Come si può ben immaginare quell’acqua non aveva un gran ricircolo e la città era famosa per le pestilenze; pensate che nel XIX secolo l’aspettativa di vita pare fosse di circa 32 anni!

 
La dominazione bolscevica fu una benedizione in tal senso: rinnovarono completamente il sistema idrico e prosciugarono tutte le vasche tranne la principale, la Lyabi-Hauz dove siamo ora, all’ombra di gelsi antichi quanto la piazza. Intorno a noi davvero tantissimi ragazzi in divisa universitaria, tutti vestiti di bianco e blu scuro. Proprio di fronte alla grande vasca c’è la madrasa di Nadir Divanbegi, costruita originariamente come caravanserraglio e trasformata solo nel 1622 in madrasa. La particolarità è la facciata piastrellata, molto sfarzosa, che raffigura due pavoni e due agnelli attorno a un sole dal volto umano, infrangendo così apertamente il precetto islamico che vieta di rappresentare figure viventi. Questa immagine ci dà la misura di come venga vissuto l’islamismo da queste parti, in maniera molto laica. E in realtà è proprio una connotazione storica di tutta l’Asia centrale, cresciuta con il commercio e con la multiculturalità, due condizioni che mal si accompagnano a qualsiasi integralismo o estremismo. Il che non vuol dire che non sia sentita la fede, tutt’altro. Solo che se dopo il pasto si ringrazia Dio con una veloce preghiera, portandosi la mano al cuore (lo fanno tutti), poi si beve anche una buona vodka locale!
 
Ma torniamo a noi…a Bukhara, nel centro della città, in gran parte sotto tutela architettonica, si trovano molte altre madrasa (il termine indica le scuole superiori), minareti, una grande fortezza reale e l’antico suk coperto. Occorrerebbero almeno due giorni per dare un’occhiata come si deve in giro, noi purtroppo abbiamo solo due ore; considerate che solo nel centro di Bukhara gli edifici protetti sono 140!
Con tante cose da visitare il rischio è di perdere la visione d’insieme passando  dall’una all’altra; noi passeggiamo, circondati da un’aura di storia di cui ci raccontano le guide , e, in questo modo,  riusciamo a far nostra l’idea globale della città, a lasciarci coinvolgere dalla sua atmosfera chiassosa e laboriosa.
 
Particolarmente interessante passeggiare negli antichi bazar coperti, attivi senza soluzione di continuità fin dall’epoca degli Shaybanidi (la dinastia uzbeka di fede sunnita il cui capostipite fu un discendente di Genghiz Khan). Tutta l’area a nord e a ovest di Lyabi-Hauz era un vasto labirinto di vicoli commerciali, gallerie e piccoli mercati ai crocevia, i cui tetti sormontati sono stati progettati per convogliare all’interno l’acqua fresca. I tre bazar coperti, ancora oggi con le loro cupole, sono stati completamente restaurati in epoca sovietica e conservano (anche se solo nella denominazione e, in piccola parte, nella tipicità dei venditori che vi lavorano) l’identità di bazar specializzati: il Taki-Sarrafin era il bazar dei cambiavalute, il Taki-Telpak Furushon quello dei cappellai e il Taki-Zargaron quello dei gioiellieri.
Ma il vero simbolo della città è il minareto Kalon, che con i suoi 48 metri è il minareto più alto dell’Asia centrale. Fu costruito nel 1127 dal re Karakhanide Arslan Khan e, probabilmente, per secoli fu in assoluto l’edificio più alto dell’Asia centrale. L’impatto visivo è pazzesco, possiamo capire Gengis Khan che ordinò di risparmiarlo mentre i suoi mongoli stavano mettendo a ferro e fuoco Bukhara. Altrettanto spettacolare è la moschea omonima che sorge proprio lì di fronte. Fu costruita nel XVI secolo sui resti di una moschea più antica, distrutta (quella sì) dall’orda di Gengis Khan.
 
Sono finite le nostre due ore, troppo rapidamente, dobbiamo rimetterci in sella sulle Guzzi V7 III Stone, addio Bukara!
Ci aspettano oltre 300 km che ci condurranno a Yangikazgan, più che un paese una manciata di case sparse come sassolini lanciati da un bambino in mezzo alla sabbia;  in effetti poggiano proprio sulla sabbia, quella stupenda, rossastra della zona desertica a nord dell’Uzbekistan, sospesa su un altopiano glaciale incorniciato da montagne.
 
L’asfalto è una lunghissima lingua sottile e ondulata, perennemente dritta, ma nonostante questo è impossibile annoiarsi. Le nostre Guzzi V7 III Stone sono perfette per questi percorsi tortuosi ed impegnativi; il baricentro basso consente di mantenere un eccellente controllo nel continuo zig-zagare tra le buche del terreno e il motore bicilindrico conferisce grande stabilità. In più il nostro insostituibile Casimiro, angelo custode del parco moto, ci dà preziosi consigli per gestire al meglio l’attraversamento delle piste sabbiose: “disattivate l’antipattinamento automatico”. Detto, fatto, anche sulla sabbia la tenuta è eccellente e il grip è tale che non ci ha mai costretti a rallentare. Si lamenta un po’ della benzina, scarsa e di qualità molto differente dalla nostra: “Eh, l’ultimo rifornimento l’abbiamo fatto dalla cisterna del pullman; ha molti meno ottani e i motori risultano un po’ più rumorosi. La resa è un filo inferiore alle prestazioni cui la Guzzi V7 III Stone ci ha abituati, ma è tutto sotto controllo”. E noi gli crediamo!
 
Siamo circondati dalla steppa e avvolti da un cielo cobalto che inizia a prendere i colori della sera. Quando arriviamo al villaggio, una ventina di chilometri dopo la deviazione per il lago Aydarkul, un furgoncino ci fa strada lungo una pista sabbiosa, fino ad un accampamento di Yurte, dove passeremo la notte. Dopo una cena decisamente ben condita, la nostra guida ci ha preparato una sorpresa: una sfilata, con tanto di modelle e musica a tema. Un pochino fuori contesto forse, ma sinceramente apprezzata da tutti. Un bel fuoco, un concerto di Dutar (strumento simile al mandolino con due sole corde, tipico delle popolazioni nomadi che abitavano la zona) e qualche chiacchiera per condividere le sensazioni del viaggio chiudono la giornata.
Hayrli Kech, buona notte, la seconda parola che abbiamo imparato.

6a TAPPA - KHIVA – BUKHARA: E’ solo sabbia e calore che si distorce in fumi invisibili

Ci siamo svegliati presto questa mattina, come tutte le altre mattine del resto, e ci siamo presi qualche ora di libertà per girovagare nell’Itchan Kala, cioè la parte più caratteristica di Khiva, che si trova invece all’interno delle antiche mura. La leggenda narra che sia stata fondata da Sem, figlio di Noè; contiene più di 50 monumenti storici, 250 vecchie abitazioni e la Moschea del Venerdì (Juma). Tutto ciò è entrato a far parte del patrimonio dell’UNESCO.  Tutto questo nostro viaggio è un tornare indietro nel tempo e girare per Khiva ne è la conferma: piccola, affascinante, quasi irreale con le sue botteghe di artigiani del legno, le donne con i denti d’oro, i colbacchi che sembrano finte parrucche rasta e tutta la storia che trasuda dalle antiche mura.

 
È ora di rimettersi in sella sulle nostre V7 III, sappiamo bene che la nostra giornata di oggi si riassumere in un verbo: guidare. Khiva e Bukhara sono infatti separate da 450 km, la maggior parte dei quali nel Khizil Kum, il Deserto Rosso, tagliato da un'autostrada, completata solo 2 anni fa, realizzata in cemento armato liscissimo perché l'asfalto verrebbe disintegrato dall'escursione termica tra notte e giorno.
300 km così, ininterrotti, caldissimi, con le ruote delle moto che filano via come se fossero su un cuscinetto d'aria, tutto intorno solo sabbia rossa e arbusti a perdita d'occhio... è una esperienza estraniante. E prima di riuscire a percepire tutto questo spazio, senti dentro ogni singolo istante del tuo viaggio, accompagnato da un sole che illumina ma non genera ombre finché dura lo sguardo. Non passa nessuno. Per un tempo che sembra non finire mai è solo “sabbia". E mentre guidi pensi a quando questa strada non c'era, quando da qui passavano carovane piene di merce da vendere a Bukhara, o Khiva, che poi avrebbe raggiunto i mercati europei.
 
Il gruppo si sfilaccia, gli smanettoni si accucciano sul manubrio per fiondarsi avanti, mentre gli osservatori guidano tranquilli guardandosi intorno. Ovviamente benzina neanche a parlarne. In realtà la nostra guida ci spiega che quello della benzina è un problema diffuso, spesso i distributori non ne hanno: qualcuno ovvia con delle bottiglie nascoste in officina, qualcun altro alza le spalle e sorride mostrando i denti d'oro. Noi ci siamo organizzati stipando il bagagliaio del pullman che ci segue con delle taniche. La cosa divertente è che ci fermiamo a fare il pieno alle moto proprio in un benzinaio, chiuso da chissà quanto….
 
Alla nostra sinistra, il deserto, alla nostra destra invece si allarga lago di Tudakul. A pranzo (pranzo? La prima sosta cibo la facciamo alle 4 del pomeriggio, ma viaggiare in moto ci piace anche per questo!) mangiamo del pesce gatto fritto, proveniente proprio dal Tudakul.
Quando le ombre iniziano ad allungarsi, sembra di guidare su Marte, pietre e sabbia rosse ovunque, il cemento che restituisce il calore del giorno distorcendo l'orizzonte in fumi invisibili, è stupendo.
Stiamo seguendo esattamente il percorso dell'Antica Via della Seta, di cui Bukhara era uno degli snodi centrali. Dopo aver subito la ferocia di Gengis Khan e la conquista di Tamerlano divenne il fulcro del commercio tra Oriente e Occidente, sviluppando sia economia che cultura. È tuttora la città più sacra dell'Asia Centrale, con edifici millenari è un centro storico che probabilmente non è cambiato molto nel corso degli ultimi due secoli.
 
Sono le 9 di sera, ora locale, (in Italia circa le 23), arriviamo a Bukhara. Abbiamo guidato circa nove ore, siamo tutti stanchissimi, ma il morale rimane alto. Si gigioneggia, qualcuno si lamenta bonariamente, altri danno mostra della cura con cui hanno letto le guide prima di partire, ma lo sguardo più ricorrente è quello di intesa. Come a dire "che privilegio essere qui, in moto…"
A domani.
 
 

5a TAPPA – DERWAZA - KHIVA: DALLA PORTA DELL’INFERNO ALL’UZBEKISTAN

 

Siamo stravolti, dalla stanchezza, dalle intemperie; provati dall’inesauribile esercizio di pazienza necessario con la burocrazia turkmena; ma realmente estasiati da ciò che abbiamo vissuto e ci ha riempito gli occhi nelle ultime 36 ore. La voglia di raccontare è tanta, andiamo con ordine.

 

Ci eravamo lasciati ieri all’uscita di Ashgabat, la città bianca sfavillante di luce, alla volta della Porta dell’Inferno, uno dei crateri gassosi di Darwaza, perennemente acceso, nel cuore del deserto del Karakum. Una lunga traversata in moto, di circa 5 ore, a 40 gradi. Dopo 180 km di strade decisamente impegnative, con false pendenze, solchi nascosti, montagnole improvvise e altrettanto inaspettate voragini siamo arrivati a circa 2 km dal cratere. A questo punto la sabbia ha avuto la meglio: purtroppo una recente tempesta di sabbia ha cancellato le tracce del percorso, rendendoci davvero impossibile proseguire sulle moto, pena l’insabbiamento. Abbiamo dovuto lasciare le nostre Guzzi V7 III Stone a poche centinaia di metri dalla strada più vicina, e alcuni fuori strada hanno fatto spola per farci addentrare nel deserto, fino a raggiungere la Porta dell'Inferno, una voragine di circa 50m di diametro e 20m d'altezza, dove bruciano di continuo grandi fiamme, quasi a ricordare l'inferno dantesco.

 

Sono quasi le nove di sera, la vediamo da lontano, perché spicca una sorta di occhio di fuoco nel buio assoluto. E’ una voragine di origine artificiale causata da un incidente nel 1971, quando una perforazione effettuata con lo scopo di cercare petrolio ha fatto crollare il terreno e aperto una via di fuga al gas naturale, che è stato incendiato volontariamente per evitare conseguenze ambientali peggiori. Da allora il cratere brucia ininterrottamente. L'odore di gas colpisce forte e il calore, se ti avvicini al bordo, è fastidioso: non ci sono protezioni e in passato un russo ci è caduto dentro - ci dicono - fortunatamente salvandosi. E ci chiediamo come sia possibile, dal momento che dalle pareti interne di roccia trasudano mille fiamme. L’immagine è piuttosto demoniaca, seppur affascinante, ipnotica. Non smetteremmo di fotografare, riprendere…ma le guide ci richiamano, sta arrivando un’altra tempesta di sabbia.

 

Andiamo rapidamente al campo tendato mentre la tempesta di sabbia si avvicina nel buio totale del deserto notturno, un’esperienza totalizzante che ti inghiotte e ti disorienta. Con molta fatica e su una strada al limite del praticabile arriviamo al campo, per scoprire che anche molte delle nostre tende canadesi monoposto erano inagibili per il vento fortissimo. Troviamo riparo ed ospitalità in una yurta, la tenda tipica dei popoli nomadi, dove realmente sfiniti, consumiamo con grande gusto un minestrone di verdure e del pollo marinato, cotto al fuoco. Dormiamo lì, con il rumore del vento e la sabbia che entrano e ci lambiscono. Ma la stanchezza vince e cadiamo in un sonno profondo. Che si interrompe alle 5:00, con le luci dell’alba che accendono il deserto. La visione fuori dalla tenda è fiabesca: i colori del mattino si fondono alla macchia rossa del cratere, creando un arcobaleno di sfumature giallo, ocra, arancione, rosse. Indescrivibile. Sono esperienze da vivere almeno una volta!

 

Siamo un po’ frastornati, ma la colazione tutti assieme ci rimette in sesto. Ultime foto al cratere, che anche alla luce del giorno si mostra affascinante e spaventoso al contempo. Ritorniamo alle moto, che Casimiro ha controllato minuziosamente dopo le fastidiose “sabbiature” di ieri. Quando ci dà l’ok a partire, rimontiamo in sella per un altro trasferimento impegnativo; ancora asfalto irregolare e pieno di buche e del caldo torrido, ma fortunatamente asciutto. Incrociamo qualche cammello per strada, e anche un gruppo di quattro pescatori simpatici, che vogliono fotografare le moto: è il primo contatto socievole in terra turkmena! Facciamo solo due soste: per rifornirci di carburante (la resa delle nostre Guzzi è eccellente) e per un pranzetto a base di somsa, fagottini caldi ripieni di carne non meglio identificata e cipolla.

 

Poi, davanti a noi, la frontiera Turkmenistan-Uzbekistan, a Dasoguz. L'uscita non si rivela più gradevole dell'entrata: ore e ore di disbrigo pratiche, in un contesto mai amichevole, sottolineato da cancellate alte quattro metri, corridoi presidiati, armi e i soliti cani minacciosi. Sappiamo che dall’altra parte della barricata ci aspetta il nostro fotografo Leonardo (dalle tre del pomeriggio, ci dirà!) insieme agli autisti del pullman che seguirà la carovana nel territorio uzbeko, un paio di loro amici e Mikhail, detto Sasha, presidente e fondatore del primo motoclub Uzbeko: gli "Steel Scorpions". Compiono 10 anni proprio questo mese, un’età che fa di loro dei veterani, l’unico altro motoclub uzbeko ha solo 2 anni! Mikhail è simpatico e parla un inglese scorrevole, ci racconta di come fosse visto come un pazzo quando si comprò la Yamaha Drag Star 1.100 che ha ancora adesso, la prima moto di grossa cilindrata di tutto l’Uzbekistan.

 

Passano le ore, nuovamente, vogliono smontarci le moto, controllano dentro i serbatoi, sotto al motore. Dall’altra parte Leonardo e gli altri ci attendono pazienti. “Intravediamo i fari al di là dei due cancelli chiusi che delimitano la “no man’s land”, ma ogni volta è un falso allarme. Cioè, le moto sono lì, a poche centinaia di metri, ma non si muovono, e se lo fanno è solo per pochi metri. Ogni tanto qualcuno scende, scompare dietro un piccolo edificio, poi riappare. O è un altro? Da quaggiù, tutti vestiti di nero, eravate indistinguibili” - ci racconterà più tardì. Intanto noi, fortunatamente, rientriamo in possesso del drone, che era stato "piombato" in ingresso del Paese, per la gioia di Riccardo che comincerà a “giocarci” subito dopo.

Finalmente ci riuniamo in terra uzbeka, sono le 7 passate. Facce distrutte, bocche disidratate che addentano il passaporto mentre emergono dal confine (immaginate di dover guidare con tutti i bagagli di un viaggio del genere addosso, come pensate di poterlo reggere il vostro documento più importante?), giacche che volano sulla sella e racconti, racconti, racconti. Tutti stravolti, ma anche eccitati, felici di aver superato il girone dantesco di carte da compilare a mano e bagagli da controllare, tutti in fondo con la voglia di rimettersi in sella.

 

“Ci siamo, i bagagli sono nel pullman, le moto vengono accese di nuovo e si riparte. Tutti insieme, davvero, stavolta” è il pensiero di Leonardo. Ancora 160 km per arrivare alla nostra prima metà uzbeka, Khiva; lo scenario cambia drasticamente: diventa rurale, popolato da scene bucoliche con carretti trainati da muli, contadini impegnati nei campi, e specialmente gente sorridente, accogliente ed amichevole, che saluta con calore il passaggio di questa insolita e rumorosa carovana di centauri.

 

Doccia stra-meritata all’arrivo in hotel (un letto vero!) e un brindisi tutti insieme alla nostra impresa, accompagnato da una cena tipica con verdure crude e cotte, ancora somsa, una sorta di semolino per accompagnare, e l’immancabile anguria, sempre presente a tavola.

Domattina giro per Khiva, bellissima cittadina che abbiamo intravisto al buio, e che sembra promettente.

 

 

 

4A TAPPA - ASHGABAT – DERWAZA: UNA LAS VEGAS (SUI GENERIS) ALLE PORTE DEL DESERTO

Quella che vediamo oggi è l’Ashgabat della post indipendenza concepita dal Presidente Niazov. I proventi di gas e petrolio degli ultimi venti anni (il Turkmenistan è il terzo produttore al mondo di gas naturale!) sono serviti a finanziare un capitolo tutto nuovo dell’esistenza della città. E’ un grande patrimonio, specialmente se rapportato ai soli 5 milioni di abitanti del Paese. Interi quartieri sono popolati da imponenti palazzi di marmo. Il candore degli edifici pubblici e delle residenze private si alterna al verde dei parchi e dei giardini che, insieme a strade a quattro corsie, delineano lo spazio urbano. I monumenti della città sono un richiamo alla storia più recente del paese segnata dalla ritrovata indipendenza e dall’eccentricità del suo presidente. Le sue statue d’oro sono ovunque, a vegliare sulla perfezione di questo luogo un po’ surreale in cui piazze, musei, parchi, torri futuristiche, moschee e memoriali celebrano una riscoperta identità, tra tradizione e futuro.
Mentre la visitiamo, si conferma l’impressione che ne avevamo avuto all’arrivo ieri: Ashgabat è una città incredibile! L’effetto è davvero quello di una “cattedrale nel deserto”.
 
Tra il deserto del Karakum, che le nostre Moto Guzzi V7 III affronteranno­ tra poco, e le pendici della catena montuosa Kopet Dag, da cui proveniamo, la città si trova nell’oasi di Akhal Tekin ad un’altitudine di circa 230 mt. Il clima è arido-desertico.
Nell’ottobre del 1948, venne completamente distrutta da un devastante terremoto. Vi furono oltre 110.000 morti, pari a due terzi della popolazione. Per cinque anni l’accesso alla zona fu interdetto per permettere il recupero delle vittime, di rimuovere le macerie e di ricostruire la città che fu riprogettata su un perfetto reticolato di vie perpendicolari. La ricostruzione è avvenuta con una perizia fuori dal comune, nel rispetto di regole ferree, come ad esempio l’utilizzo di travertino bianco – esclusivamente bianco! – per tutti i palazzi. Una vera e propria fissazione del presidente che desiderava per la sua città il Guinness dei primati, anche per le luci: sono centinaia di migliaia, sfavillanti, di tutti i colori. Però non esistono insegne: è vietato, e i negozi così non si riconoscono.
Non possiamo fotografare palazzi governativi; in realtà ci proviamo, ma veniamo “gentilmente” invitati a non rifarlo! Ci riproviamo con il mercato russo, chiaro segno della passata dominazione. Ma non l’unico. Il carattere, l’atteggiamento stesso delle persone che incontriamo è stato indubbiamente e profondamente influenzato. Nessun sorriso, nessuna confidenza. Non possiamo dire di incontrare ostilità, ma di certo freddezza e distanza. D’altronde sono abituati a rituali per noi inconcepibili: quando il presidente passa per le strade, ad esempio, nessuno è autorizzato nemmeno ad affacciarsi alle finestre, pena multe molto severe.
 
Un Paese a suo modo unico al mondo, caparbio nel difendere la sua neutralità ed indipendenza, con una palese mania di grandezza che si riversa nell’architettura, negli arredi. Tra l’altro, scopriamo che sono moltissimi gli artigiani italiani incaricati durante la ricostruzione e sarà un italiano famoso a firmare la regia dei giochi olimpici asiatici che si terranno qui il prossimo settembre: Marco Balich, l’immaginifico regista veneziano che ideò l’inaugurazione dei Giochi di Rio.
Percorriamo ancora le strade, e capiamo come la capitale stia vivendo un momento di boom economico e come il suo profilo architettonico sia in continua evoluzione. Una cosa curiosa è che i nomi delle strade sono stati sostituiti negli ultimi anni di vita del presidente Niyazov da numeri, il che ha contribuito a rendere ancora più caotico l’orientamento in città anche in virtù del fatto che, essendo i nomi delle vie già cambiati nel passaggio tra il periodo sovietico e quello dell’indipendenza negli anni Novanta, la stessa strada può essere indicata con tre nomi diversi a seconda dei casi.
Sono molte le stranezze di questo paese; tra queste, i prezzi esorbitanti dei musei accanto ad attrazioni gratuite. Un’altra cosa incredibile è la ruota panoramica, voluta dal presidente, ma chiusa in una sorta di guscio a causa della temperatura insostenibile: volteggiare a 50 gradi ad alta velocità avrebbe causato non pochi problemi; così, lo si può fare, ma “sotto vetro”, in un ambiente condizionato!
 
Abbandonando questo mondo surreale, si può entrare in contatto anche con il volto tradizionale di Ashgabat nello spettacolare Bazar di Tolkuchka, un enorme mercato alla periferia della città dove si può comprare e contrattare veramente di tutto, dai gioielli ai cammelli, dalla frutta agli accessori per la casa, passando per ogni sorta di abbigliamento. Il pezzo forte è sempre il commercio di tappeti.
 
Ora ci attende il deserto. Siamo pronti e anche un po’ emozionati. Sappiamo di dover “interrompere i collegamenti” per almeno un giorno (arriveremo alla Porta dell’Infermo e dormiremo in un campo tendato nel deserto, senza possibilità di comunicare). Ma raccoglieremo tutto il materiale possibile per raccontarvi ogni sfumatura, ogni dettaglio … aspettateci, tra non molto saremo di nuovo connessi!
 
 
Da oggi abbiamo una voce (e un occhio) in più, a raccontare l’avventura on the road sulla Via della Seta: benvenuto Leonardo!
“Per secoli, dal graduale abbandono della Via della Seta in poi, la linea del deserto del Kara Kum Turkmeno fino al deserto del Takla Makan nel Turkestan cinese è rimasta uno dei luoghi meno attraversati del pianeta. Finché all’inizio del Novecento, quasi all’improvviso, alcuni fra i migliori – e più visionari – studiosi di cose antiche hanno deciso, tutti insieme, di partire alla scoperta delle civiltà che si dicevano sepolte, e intatte, sotto la sabbia.” Peter Hopkirk, Diavoli Stranieri sulla Via della Seta
Il programma che mi hanno consegnato, quando mi è arrivata la comunicazione che sarei stato il fotografo e il cantastorie della nuova avventura di Riso Scotti e Moto Guzzi, inizia con questa citazione di Peter Hopkirk. Beh, non ci crederete, ma Hopkirk è uno dei miei autori preferiti, ho iniziato con “Il Grande Gioco” e da lì ho letto tutti i suoi libri, immaginando quell’epopea di avventurieri, Khan, spie, esploratori, eserciti che si è compiuta a cavallo tra il XVIII e gli inizi del XX secolo in una delle zone più calde del pianeta, l’antico Industan. Conoscere la storia di queste terre ci aiuta a capire anche il nostro quotidiano e i tiggì che vediamo tutti i giorni, a comprendere perché l’Afghanistan è uno snodo cruciale del potere mondiale e perché nell’Asia Centrale ci sono due cose che fanno dalla notte dei tempi: commerciare e combattere.
Ovviamente non sono qui per fare analisi socio-politiche, ma per raccontarvi un viaggio unico, di quelli che quando parti gli amici ti dicono “è il viaggio della vita”, con una punta di (sanissima) invidia. Ma davvero sono strade in cui bisognerebbe andare almeno una volta nella vita, perché da qui è passata gran parte della nostra storia e dei commerci che hanno fatto grandi Genova e Venezia. E proprio l’Asia centrale è stata l’ago della bilancia di equilibri mondiali che hanno visto uno dei due piatti muoversi sotto al peso della Russia, quella zarista prima, quella socialista dopo. Ma basta chiacchiere, è ora di partire!

Gli imprevisti rendono memorabili i viaggi. Partendo da questo (sacrosanto) assunto, le premesse dovrebbero essere ottime; il mio primo imprevisto, infatti, è stato non poter partire con tutto il gruppo alla volta dell’Iran. Purtroppo mentre i visti per Tagikistan e Uzbekistan sono relativamente facili da ottenere (quello per il Kirghizistan si prende tranquillamente alla frontiera), l’iter è più complesso per il Turkmenistan. E, a quanto pare, fotografi e giornalisti non lo ottengono facilmente. Infatti a me, che sono ambedue le cose, viene negato l’ingresso nel paese. Risultato: volo da solo fino a Tashkent, dove incontro il simpaticissimo Bex, mia guida e angelo custode. Insieme prendiamo un altro aereo diretti a Urgench (capoluogo della provincia del Khorezm e classica città sovietica dalla pianta a griglia con strade enormi e piazze vuote, affascinante nella sua austerità), per poi raggiungere Khiva in automobile.  E qui aspettiamo il resto del gruppo di guzzisti, che nel frattempo hanno lasciato l’Iran e stanno attraversando il deserto del Karakum Turkmeno (senza di me, sigh!).
 
Ci vuole sempre un po’ per carburare, quando ci si trova catapultati in un luogo tanto diverso da quello in cui sei abituato a vivere. Così inizio a scattare, che è la cosa che mi riesce meglio.
Il cielo sembra un opale screziato d’arancione appena lucidato, il pomeriggio allunga le sue ombre sui palazzi di una Khiva quasi vuota, irreale, nella quale rimbombano i passi e le risate dei bambini che provano a catturare le cavallette con le mani, quando salgo sulla torre di guardia della Kuhna Ark l’ultimo spicchio di sole sta incendiando le facciate dei meravigliosi palazzi rivolti a occidente, mentre sullo sfondo sfumano le basse case popolari a pianta quadrata di paglia e fango. È uno di quei momenti in cui ogni cosa ha il sapore che dovrebbe avere e l’esatto colore, poso la macchina fotografica e mi godo questa rara sensazione di pienezza.
Ho imparato la mia prima parola in Uzbeko, rakhmat. Significa “grazie”.” (Leonardo Lucarelli)

    

3A TAPPA - MASHAD – ASHGABAT: BLOCCATI ALLA FRONTIERA!

Bloccati alla frontiera, l’avventura comincia!
Oggi finalmente facciamo “amicizia” con le nostre Moto Guzzi: ci aspettano i primi 300 km, per prendere confidenza ed iniziare a divertirci.
Usciamo da Mashhad incolonnati, e non è semplice con il gran caos di traffico e viabilità; ci disponiamo in formazione per agevolare il transito: macchina capo colonna, una a metà e l’ultima a chiudere. Noi centauri nel mezzo, concentrati e attenti ai tempi dei motori. Ci siamo: è sintonia!
Partiamo verso le montagne di confine, attraversando un paesaggio che pian piano muta da piana arida e desertica ad un susseguirsi di colori che animano le vallate e i canyon, in cui i minerali lavorati dall’acqua e dall’aria hanno prodotto un’incredibile tavolozza. Sono 200 km di full immersion con la natura. Non incontriamo praticamente nessuno. Saliamo il Kopet Dag, la catena montuosa situata tra Iran e Turkmenistan: è immensa, si estende a perdita d’occhio per circa 650 km lungo il confine asiatico. La sommità è a 3191 metri ed è lì in cima che incredibilmente c’è la frontiera! Può apparire una stranezza, ma si spiega con la lunga inimicizia tra i due Paesi divisi dalla religione (sciiti gli iraniani, sunniti i turkmeni) e da interessi economici e politici contrastanti che da sempre rendono tesi i rapporti tra i due popoli. La continua contesa delle montagne di confine alla fine si è risolta senza assegnare il presidio all’uno o all’altro, ma ponendo la divisione sulla cima. Da un lato Iran, dall’altro Turkmenistan.


E’ una delle frontiere più difficili al mondo, e ce ne accorgiamo, sia per la lunga e faticosa burocrazia, sia per l’atmosfera molto militarizzata. E’ una barriera vera, dura, con un sistema di difesa organizzato in ben 5 presidi di protezione dei confini. Per cui, passato il primo controllo, saranno altri 4 ad attenderci, in un susseguirsi di filo spinato, torrette armate, militari con cani da assalto. Siamo gli unici a voler passare, oggi, e indubbiamente la nostra colonna di centauri deve apparire strana, ma rimane festosa e non ci facciamo scalfire dall’accoglienza fredda. Ci controllano qualsiasi cosa, pare vogliano persino smontare le moto, ma alla fine passiamo, indenni, a parte il drone di Riccardo, il nostro film maker, che viene piombato un po’ con mala grazia affinché in nessun caso possa essere utilizzato in territorio turkmeno per riprese che mai verrebbero autorizzate. Pazienza: non potremo, non potrete, godere di splendide vedute dall’alto del deserto che avremmo voluto realizzare domani.
Cinque ore e molta pazienza dopo, eccoci in Turkmenistan. La capitale, Ashgabat, dista solo 50 km, e anche questo fa comprendere il perché di tanta prudenza a concedere il visto d’ingresso.


Arriviamo, stanchi ed accaldati, e ci accoglie una città inaspettata: è tutto bianco, con un’illuminazione sfarzosa, esagerata. La attraversiamo, con la sensazione di essere a tratti a Montecarlo, per l’eleganza curata, ma anche a Dubai per la grandiosità dei palazzi; lo scintillio sfavillante del milione di luci colorate suggerisce invece Las Vegas! Che città incredibile! Solo qualche scatto oggi, domani la visiteremo e ne capiremo meglio le logiche.
Al momento, i 45 gradi ci stanno sciogliendo e abbiamo bisogno di un po’ di riposo. Il clima è un po’ faticoso, anche se siamo davvero ben equipaggiati: giacche e caschi Dainese sono veramente eccezionali; con il loro sistema di traspirazione ci consentono un continuo ricambio d’aria e questo è importantissimo per mantenere comunque una sensazione di benessere, anche durante la guida. Guidare questi gioielli Guzzi, poi, è un piacere! I commenti all’unisono dopo la prima giornata da bikers promuovono a pieni voti la leggerezza, la maneggevolezza, l’equilibrio in curva, la facilità di guida di una moto veramente ben progettata. Casimiro gongola per le “sue” V7 III Stone

2a Tappa - Mashhad: il ritiro delle moto, pronti a iniziare l'avventura on the road.

Dormire in aereo è sempre difficile, poi è troppa la voglia di arrivare ed accendere i motori delle nostre Guzzi V7 III Stone. Sono quasi le 2:00 del mattino quando atterriamo a Mashhad, in Iran. Abbiamo proprio la sensazione di “entrare” in qualcosa di insolito: regna un silenzio assoluto, nessuna presenza di turisti, una enorme effigie dell’Ayatollah Khomeini ci scruta dalla parete.

 
Eccoci prestissimo in dogana, armati della nostra miglior pazienza: sappiamo che non sarà né semplice né veloce. Ci rimarremo infatti oltre 3 ore, a compilare montagne di documenti (tutto rigorosamente a mano) e a cercare di familiarizzare con le quasi 40 persone che a vario titolo si occupano di noi: siamo in una delle città più grandi dell’Iran, eppure solo noi stiamo impegnando la dogana, e il nostro carico effettivamente insolito suscita grande curiosità.
 
All’interno di un capannone ingombro di un incredibile mix di oggetti … eccole! Le avevamo salutate a Milano e ritrovarle qui è una grande emozione (oltre che un sollievo): le nostre 22 Moto Guzzi V7 III Stone ci strizzano l’occhio, hanno voglia di rombare. E noi le accontentiamo. Sono per la maggior parte da approntare, ricomporre: un gran lavoro per il nostro Casimiro Bosis, ma siamo un tutt’uno con lui nel montare, verificare, testare. Pronti!
 
Oltre 35 gradi; ci mettiamo per strada, nell’attraversare Mashhad, e ci rendiamo subito conto di “fare notizia”! Molte macchine si accodano, ci suonano: vogliono capire chi siamo, che moto sono, anche quanto costano. Da tutti un sorriso; il clima ci pare molto accogliente. Mashhad, capitale della regione iraniana al confine con il Turkmenistan, è città santa degli sciiti e conta circa 2.500.000 di abitanti. Il suo nome significa “luogo del Martire” o “luogo di sepoltura di un Martire”, in quanto qui morì l’ottavo Imam Reza nell’817 d.C.. Da allora, quello che era un piccolo villaggio chiamato Sanābād si è sviluppato fino a diventare la meta di pellegrinaggi più importante dell’Iran.
 
Siamo fortunati perché abbiamo l’opportunità di assistere ai preparativi dell’appuntamento più atteso dell’anno: domani si celebra la festa religiosa più sentita ed importante del Paese, aspettano oltre 200mila persone, che passeranno la notte in una veglia di preghiera. Respiriamo l’attesa e il misticismo di questo appuntamento, specialmente nella visita al Santuario che ospita il sacello dell'Imam Reza: moltissima gente, le donne velate, un silenzio irreale. Ma anche qui, molta accoglienza e disponibilità: siamo gli unici turisti occidentali, l’Imam ci vuole conoscere, ci fa visitare il luogo e ci racconta la storia del santuario. Quanta devozione, che straordinario senso di appartenenza!
 
Continuiamo la visita della città. La particolarità che tutto il mondo conosce di Mashhad sono i tappeti, che ci fermiamo ad ammirare; e ci dicono anche la lavorazione delle pietre preziose. Ci avventuriamo in uno dei bazar e ci lasciamo avvolgere dai profumi e guidare dall’istinto alla ricerca di una pietra che possa ricordare tanto splendore, anche una volta tornati a casa…
Arrivederci a domani, con il rombo delle nostre fiammanti Moto Guzzi V7 III Stone!
 

1a TAPPA – DALL'ITALIA A MASHHAD

Sono circa le 12:00 del nostro “mercoledì da leoni”, tutti puntuali (persino i soliti ritardatari…) confluiamo nell’ampia area check-in dell’aeroporto di Malpensa. Suscitiamo un minimo di curiosità con le nostre giacche e stivali da moto indosso, nonostante la temperatura esterna superi i 30°; nessuno di noi ci bada però, siamo troppo concentrati sull’avventura che ci aspetta, pervasi da quello stato d’animo di serena curiosità condita al tempo stesso da un pizzico di trepidazione, nell’attesa del nostro lungo viaggio verso l’ignoto, il non conosciuto. Biglietti, bagagli, controlli, gate … ci spostiamo in massa lungo il tunnel d’imbarco dove rimbombano i nostri passi e le nostre chiacchiere di viaggiatori.
 
La hostess della Turkish Airways ci sorride, non immagina sicuramente quale “rotta” stiamo per intraprendere con le nostre Moto Guzzi; nei nostri sguardi la fiera consapevolezza di affrontare un viaggio fuori dall’ordinario e, quindi, straordinario!
 

 

“I signori passeggeri sono pregati di allacciare le cinture” _ ci siamo _ pochi minuti e la distanza dalla terra è già di parecchi chilometri; arriveremo a Mashhad nelle prime ore del mattino. Troveremo laggiù le nostre V7 III Stone, in trepida attesa, pronte per l’inizio dell’avventura.